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Lavoro e tecnologia: il futuro è nelle competenze digitali

Bisogna correre per gestire il futuro che arriva troppo velocemente per diffondere nella società e nei giovani le competenze digitali.

Iniziando il suo discorso durante la cerimonia di laurea, D. F. Wallace, scrittore americano purtroppo prematuramente scomparso, raccontò la storiella dei pesci e dell’acqua. Queste furono le sue parole: «Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua oggi?”

I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “Ma cosa diavolo è l’acqua?”». Come spiegò subito dopo il relatore, il succo della storia dei pesci è che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Anche se questa può sembrare una tesi buona per tante occasioni, serve a spiegare in maniera semplice e diretta il fatto che spesso tendiamo a non osservare e a non capire il senso profondo dei cambiamenti che avvengono intorno a noi.

L’acqua in cui viviamo oggi, e ancor di più l’acqua in cui vivremo nel prossimo futuro, è fatta di gocce digitali, di un oceano di bit che sta cambiando il nostro ambiente, le nostre vite, il nostro agire e i nostri modi di pensare e lo sta facendo troppo velocemente. La velocità di trasformazione dell’innovazione tecnologica è molto più rapida della velocità dell’evoluzione umana e ci fa sentire come pesciolini che non riconoscono il liquido in cui sono immersi quotidianamente.

La rapidità del cambiamento unita alla profondità che sta raggiungendo, richiede a tutti di aggiornare i paradigmi cognitivi, i processi di conoscenza individuali e sociali. Non facendolo diventiamo incapaci di “vedere” i tanti cambiamenti nella realtà in cui viviamo, causati dalla sua evoluzione caoticamente dinamica.

“Un oceano di bit sta cambiando il nostro ambiente, le nostre vite, il nostro agire e i nostri modi di pensare e lo sta facendo troppo velocemente”

L’innovazione sta cambiando l’acqua in cui nuotiamo e non serve far finta di niente o peggio far vedere di aver capito e continuare con vecchie pratiche, vecchie categorie interpretative che vanno avanti per inerzia mentre il mondo ha cambiato direzione forse in maniera irreversibile. Chi saprà “leggere” le trasformazioni avrà i vantaggi e chi rimane ancorato a relazioni e processi antichi e, in molti casi obsoleti, sarà vittima di un mondo per capire il quale le solite forme di interazione non sono più valide, e ancor meno efficaci.

Analfabetismo digitale: opportunità sottratte ai giovani

La carenza di competenze digitali diventa ogni giorno un handicap sempre maggiore per le persone e per la nostra società. L’analfabetismo digitale ampiamente diffuso nella popolazione italiana rischia di sottrarre opportunità ai giovani, ai lavoratori, ai cittadini italiani, in sintesi a tutto il Paese. Il capitale umano è una delle cinque aree analizzate dalla Commissione Europea attraverso il cosiddetto Digital Economy and Society Index (DESI) che misura i progressi dei Paesi membri sul tema della digitalizzazione dell’economia e della società.

In quest’area l’Italia (dati relativi al 2017) è nelle ultime posizioni: siamo 25-esimi su 28 nazioni. Questo pessimo risultato è dovuto in buona parte al basso numero di cittadini con competenze digitali di base. Soltanto il 44% della popolazione le ha, ben al di sotto della media europea che è del 56%. Inoltre soltanto il 2,5% degli italiani sono esperti delle tecnologie digitali. A questo va aggiunto che circa il 22% degli italiani non hanno mai usato Internet.

Ragione per cui serve fornire agli studenti, e ai giovani più in generale, la possibilità di comprendere i processi computazionali, la logica che li governa, le loro potenzialità che possono essere sfruttate nel lavoro e nella vita quotidiana. L’apprendimento delle tecnologie digitali ovviamente non deve in alcun modo sostituire quello delle materie umanistiche o di altri saperi. Deve invece essere complementare e integrativo, deve essere a supporto di una nuova formazione che sappia unire umanesimo e tecnologia, cultura digitale e cultura letteraria, filosofia e logica computazionale, economia e internet.

L’obiettivo non è quello di formare una generazione di futuri programmatori, ma insegnare ai ragazzi il pensiero computazionale, cioè la capacità di risolvere problemi, semplici o complessi, applicando la logica, pensando con metodo a strategie utili per definire soluzioni.

Per citare un soggetto che si sta muovendo più velocemente di altri, di recente l’Università Bocconi ha deciso di estendere l’insegnamento dei linguaggi di programmazione in tutte le sue lauree, qualsiasi sia la loro area disciplinare. L’esempio della Bocconi indica una via a quelli che stanno fermi senza capire che occorre agire nel cambiamento e si troveranno in forte ritardo nel prossimo futuro.

Binario F: il progetto di Facebook per la formazione

Un altro esempio da lodare è quello del “Binario F, un hub per la cultura digitale”.

Binario F, è questo il nome del nuovo ambizioso progetto di Facebook, che lo scorso 9 ottobre ha dato il via a Roma, nel cuore della stazione Termini, presso gli spazi che già ospitano l’Hub di LVenture Group e LUISS EnLabs. Un progetto di forte impatto, ovvero creare un hub di cultura e formazione che, attraverso le proprie attività gratuite, possa formare entro la fine del prossimo anno 97.000 persone a digiuno (o quasi) di cultura digitale, comunicazione e social media.

Quindi l’auspicio è che: la politica, la scuola, l’università che sono chiamate a questo compito facciano uno sforzo lungimirante. Non farlo adesso produrrà enormi problemi nei prossimi decenni, quando l’uso intensivo delle nuove tecnologie creerà tanti nuovi lavori che oggi non esistono e ne abolirà molti di quelli di oggi.


Giuseppe Lepore

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